Francesco Palazzini

Enzo Bilardello recensisce Palazzini

Il Novecento l’hanno chiamato il secolo americano, anche se non è del tutto vero. Si capisce però che l’Espressionismo astratto, il dripping, l’Action Painting, la Pop Art abbiano colpito l’immaginario popolare per la loro straripante invadenza, facendo credere che ogni novità ed ogni qualità dovesse essere in primis americana.

Si dimentica così tutta la sottigliezza europea, l’inventiva, la contrapposizione tra stili e modelli di cultura: per esempio la staticità di Mondrian con la frenesia e voracità di Picasso. Se la critica facesse il suo mestiere, metterebbe sempre in evidenza il sistema di pennellate e l’immagine che ne risulta e solo dopo il soggetto e la sua fascinazione.

Per ragioni ancestrali, una donna nuda marca l’immaginario dell’uomo meglio e più di un tozzo di pane raffermo. Però, se la donna è dipinta male, senza estro e senza tecnica, mentre il tozzo di pane è presentato divinamente, la gerarchia spontanea viene rovesciata ed anche il pubblico meno preparato sente che c’è differenza tra natura e arte.

Il soggetto è sempre un pretesto, anche se legato all’attualità o alle concezioni perenni dell’uomo, ciò che conta è il modo di trattarlo, fino al punto che un trattamento inedito compensa certe deficienze tecniche che l’artista non è riuscito a cancellare.

Diversi soggiorni a New York hanno corroborato questa sintesi di una visione americana dell’arte entro un modo europeo di pensare e di dialogare con la realtà.

Pertanto, mentre la maggior parte degli artisti americani riflette nell’opera i dati della realtà esterna, senza rielaborazione concettuale, solo riducendo a slogan dinamiche complesse e selezionando forme semplici e di effetto immediato, Palazzini non rinuncia mai ad un’elaborazione ragionata, facendo della pittura un punto d’incontro, possibilmente felice, tra ragioni della forma e ideologie, mentalità legate ad un tempo storico.

La Guerra di Corea è stato un prolungamento indesiderato della Seconda Guerra Mondiale; il patriottismo, il senso di appartenenza ad una civiltà più libera, l’ottimismo ancora non scalfito di marca New Deal hanno trasformato una tragedia in un’epopea, anche irridente, come testimoniano libri quali Comma 22 e i film che ne sono derivati.

In War & MOR Palazzini si avvicina molto al modo di costruire l’immagine di un Rauschenberg, ma il suo modo di descrivere il caos è molto disciplinato, la razionalità prende il sopravvento nella disposizione degli eventi e dunque si determina una sorta d’indagine a vista sugli eventi stessi, dipingendoli con estrema accuratezza.

L’immagine deve dare il senso dell’impulsività dell’esecuzione, quando invece nell’organizzazione della forma vi è insito quasi un giudizio storico. Così è sempre: il fumetto, le riviste illustrate, da Time Magazine a Newsweek, la pubblicità sono passati al filtro di un seconda riflessione, più intensa, con accostamenti sorprendenti.

Tale è il caso del cremino, bianco e bruno, che sembra terrorizzare la biondona discinta di un film pulp, una Teresa Wright degli anni ’50. Qualche indizio ci può instradare verso una corretta lettura dei mutamenti profondi prodottisi nella società americana; dell’apparizione sulla scena politico-sociale dei Malcom X, poi di Luther King e quindi del reverendo Jackson, ma certo l’immagine è sorprendente e l’approccio di Palazzini inedito. Palazzini si riserva sempre la scelta della densità della pennellata, del rapporto tra figura elaborata e campiture semplificate, tra materia dipinta e testi scritti.

Questo è il suo modo di gestire una certa indipendenza esecutiva entro una visione dell’arte tributaria delle radici americane, sia quando assume un argomento schematizzato quale la pubblicità di un occhiale sia quando affronta un tema “storico”, come nel caso dell’edilizia a prova di bomba atomica.

Nella fase più recente Palazzini ha isolato un tema che lo ha affascinato, che permea la nostra vita di tutti i giorni e quasi ogni singolo episodio, un marchio della civiltà delle cose di cui nessuno si accorge perché s’insinua dappertutto: il codice a barre.

Questa serie di linee verticali, più strette e più larghe, più fitte e diradate, con una sequenza di numeri sotto, dice di quale prodotto si tratta, la sua provenienza, la sua qualità, la sua destinazione, insomma, storia, geografia, ontologia e filosofia dell’oggetto di consumo; in qualche misura lo sostituisce, ne rappresenta il DNA, lo semplifica. E’ sempre un pezzo di mondo esterno quel che Palazzini raffigura, ma così disossato, così ridotto alla sua essenza da sembrare spesso l’anima, il residuo astratto della cosa. Infatti, qualche volta sembra sanguinare, tal’altra è sormontato da una nube che lo minaccia, altre volte ancora sembra un’orma mezzo cancellata nella sabbia, traccia deteriorata da tempo e sul punto di svanire per sempre.

Il mondo esterno è diventato per Palazzini un insieme di simboli da interpretare, del tutto scissi dalla realtà materica; ora perentori, ora lirici, ora patetici (se possibile).

Il pittore si riserva l’ambientazione, la composizione, la qualità dei colori al servizio di un tema impegnativo al quale forse nessuno aveva pensato con tanta acribia. Ma, appunto, il soggetto viene dopo il modo di trattarlo e si esalta con un trattamento appropriato. Palazzini non dipinge donne piacenti, cavalli in fuga, marine di smeraldo; sa che tutto questo può esser compresso in un codice a barre.

Enzo Bilardello

Storico e Critico dell’Arte

Comments

Be the first to comment.

Leave a Reply

*



You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>