Francesco Palazzini

Shopaholic

Come espresso in forma incontrovertibile da Bauman, in quel capolavoro di sintesi sociologica che è “Vita Liquida”, la società dei consumi “basa le proprie fortune sulla promessa di soddisfare i desideri umani in un modo impossibile e inimmaginabile per qualsiasi altra società precedente”.

Però, l’aver oggi delegato al bene di consumo il compito di “alleviarci dalle pene” ha parallelamente sovvertito anche il concetto di negozio che, da mero luogo di acquisto di un bene, è stato elevato a luogo di culto, dove l’animo si rasserena e le ansie scompaiono, dove la cassa rappresenta il tabernacolo che celebra la ricongiunzione con uno spirito taumaturgico.

Ed è proprio questo l’inganno: ci siamo allontanati da Dio e adesso lo cerchiamo di nuovo; solo che lo stiamo cercando nel posto e nella forma sbagliata.

Come novelli idolatri, riteniamo che il logo, il marchio, siano il vitello d’oro dei nostri antenati che, con i loro atteggiamenti da consumatori compulsivi (di cibo, alcool e sesso), fecero irritare il Padre Eterno, con il risultato devastante che tutti conosciamo.

Ma visto che oggi è abbastanza improbabile l’essere puniti per una doppia G, allora Egli ha escogitato un sistema più semplice: ci puniamo da soli, attraverso insoddisfazione eterna, aspettative dal tasso di mortalità sempre più elevato e vuoto sempre più vuoto.

Purtroppo, però, sembra che a questa patologia non vi sia rimedio, almeno in una società come la nostra che ci giudica e ci valuta in base alle nostra capacità e qualità di consumo.

Attraverso queste riflessioni e constatazioni, il percorso evolutivo del codice a barre procede verso una terza fase più “immateriale”.

Inteso inizialmente come rivisitazione digitale di quello che la pop art aveva espresso, ovvero l’arte identificata come un qualsiasi altro prodotto commerciale, il codice a barre ha successivamente voluto rappresentare una riflessione più profonda sul “consumo che corrode”, efficacemente descritta dal critico e storico dell’arte Enzo Bilardello con queste parole: “Questa serie di linee verticali, più strette e più larghe, più fitte e diradate, con una sequenza di numeri sotto, dice di quale prodotto si tratta, la sua provenienza, la sua qualità, la sua destinazione, insomma, storia, geografia, ontologia e filosofia dell’oggetto di consumo; è sempre un pezzo di mondo esterno quello che Palazzini raffigura, ma così disossato, così ridotto alla sua essenza da sembrare spesso l’anima, il residuo astratto della cosa.

Ora la terza fase: la perdita di Dio e l’idolatria del brand, un simbolo senza il quale ci sentiamo ignorati, al contrario di quando l’indossiamo.

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